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Nel 2010, mentre mi trovavo in Sud Africa, mi persi tra le strade di Soweto, ex baraccopoli nei pressi di Johannesburg, simbolo oggi di un Sud Africa democratico (o quasi). I miei tre compagni di viaggio, Federica (“protopargo” per noi amici), Lucia, e Andrea, si trovavano per la prima volta in quello che viene definito il Paese Arcobaleno. Per evitare inutili allarmismi, continuai a chiacchierare spensieratamente percorrendo l’ampio viale che mi sembrava rigirarsi continuamente su se stesso. All’improvviso ci imbattemmo in un “albero di marmitte” sul ciglio della strada. Luccicava illuminato dai raggi del sole africano come una scultura metallica in attesa di arrugginire. Dimenticato il problema “orientamento”, inchiodai e ci avvicinammo alla magica scultura. Non lontano da noi, quattro uomini con tuta da lavoro recuperavano pezzi di vario genere dall’interno di un’auto demolita. Mi avvicinai a quello che sembrava essere il capo e gli chiesi chi fosse l’artefice dell’albero di marmitte. Lasciò il suo lavoro, si diresse verso di me e con forte accento portoghese mi disse che quella era la sua officina e l’albero di marmitte la vetrina per attirare i clienti. Gli chiesi se era mozambicano, per via dell’accento. Annuì sorridendo. Gli chiesi se potevamo fotografare la sua “vetrina”. Annuì nuovamente, preoccupandosi solo del fatto che gli avremmo potuto creare problemi con la polizia se avessimo mostrato loro le foto. Risposi che poteva stare tranquillo, che eravamo solo interessati alla sua opera d’arte. Scattammo foto dall’alto, dal basso, da sinistra e da destra, con flash, filtri ecc. Poi, immaginando la struttura metallica come una sorta di schienale di un trono, gli chiesi se potevamo portare il sedile dell’auto demolita vicino all’albero di marmitte. Annuì per l’ennesima volta e, posizionato il sedile alla base dell’”albero”, gli chiesi di sedersi sopra. Dalla parte opposta passava una strada trafficata da camion e auto chiassose e dietro la strada si vedevano spuntare numerosi palazzi colorati. Per scattare la foto mi coricai in terra per escludere i palazzi dall’inquadratura, poi aspettai l’istante in cui non sarebbero passate auto per dare l’idea di spazio infinito e desertico. Utilizzai così la macchina fotografica per confondere fantasia e realtà.

Lo scatto

Impostato un diaframma piuttosto aperto per dare più importanza al soggetto, diressi il flash e il suo diffusore verso l’alto per schiarire un po’ le ombre sul viso dell’amico senza illuminarlo troppo. L’esposizione la affidai al matrix (con modo di esposizione a priorità di diaframmi), senza sovra o sotto esporre grazie ad una situazione di luce piuttosto facile. Scattai diverse foto parlando con il soggetto di fronte a me. Volevo uno sguardo serio, non volevo sorrisi, così gli chiesi della sua situazione e della sua famiglia in Mozambico. Immediatamente si dimenticò di essere di fronte ad una macchina fotografica e raccontò una parte triste della sua vita, simile a quella di molti mozambicani costretti ad emigrare in Sud Africa per trovare lavoro. Oltre a rappresentare uno strumento per documentare ed esprimersi, in questa circostanza, come spesso accade in Africa (ma non solo), la fotografia si trasformò in un veicolo per conoscere in modo diretto una realtà che diversamente sarebbe passata inosservata.

Dati tecnici

Corpo macchina: Nikon D2X
Obiettivo: Nikon 17/55 f2,8
Apertura diaframma: F7
Tempo otturatore: 1/500
Sensibilità sensore ISO 100
Flash sb 800: colpo di luce diretto verso l’alto con diffusore.
Modo: A (priorità di diaframmi)